Età media 42 anni: il ricambio generazionale nel settore privato si è inceppato

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L'età media dei lavoratori del settore privato in Italia ha raggiunto quasi 42 anni (Immagine simbolica - Generata da IA) Upday Stock Images

L'età media dei lavoratori del settore privato in Italia ha raggiunto quasi 42 anni nel 2024, segnando un incremento di quattro anni rispetto al 2008. Un dipendente su tre ha ormai superato i 50 anni, secondo un'analisi dell'Ufficio Studi della Cgia. La tendenza si è stabilizzata dal 2020, ma rappresenta una realtà strutturale che pesa soprattutto sulle piccole imprese.

Il fenomeno tocca in modo particolare alcune fasce d'età. Negli ultimi 16 anni, il gruppo 25-44 anni ha registrato la contrazione percentuale più marcata. Al contrario, i lavoratori tra 55 e 59 anni sono aumentati del 154,5%, mentre quelli tra 60 e 64 anni del 372%.

L'impatto sulle imprese

La Cgia evidenzia le conseguenze economiche del fenomeno: «L'invecchiamento della popolazione non è un tema solo demografico: è anche un problema economico, soprattutto per le piccole e microimprese. In molti Paesi europei, e in Italia in particolare, il ricambio generazionale nel mercato del lavoro si è inceppato. O quasi».

L'associazione mestrina spiega che la carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende più difficile presidiare ruoli chiave, soprattutto nei settori tecnici e manifatturieri. «Non si tratta solo di trovare persone, ma di trovare competenze adeguate in tempi compatibili con le esigenze aziendali», precisa la Cgia.

Il problema più profondo riguarda la perdita di capitale umano invisibile. Con l'uscita dei lavoratori più anziani si disperdono competenze tacite, conoscenze di processo e relazioni con clienti e fornitori. «È un patrimonio che non compare nei bilanci aziendali ma che determina la capacità competitiva dell'impresa», sottolinea la Cgia di Mestre.

L'invecchiamento ha effetti anche sull'innovazione. Le aziende con un'età media elevata tendono ad adottare più lentamente nuove tecnologie e modelli organizzativi. La digitalizzazione procede a macchia di leopardo, l'automazione viene rinviata e l'integrazione nelle filiere più avanzate si indebolisce.

La geografia dell'invecchiamento

Potenza guida la classifica nazionale con un'età media di 43,63 anni, seguita da Terni (43,61) e Biella (43,53). Quest'ultima provincia registra anche la quota più alta di over 50: il 38,9% della forza lavoro.

Le province più giovani sono Bolzano (39,95 anni), Aosta (40,07) e Vibo Valentia (40,27). A livello regionale, la Basilicata presenta l'età media più elevata (42,93 anni), mentre la Valle d'Aosta la più bassa (40,07).

Ferrara si colloca al 14° posto nazionale con un'età media di 42,81 anni. Nella provincia emiliana, oltre 30.000 lavoratori su un totale di 82.332 dipendenti del settore privato hanno più di 50 anni, pari al 36,7% del totale. Una percentuale superiore sia alla media regionale dell'Emilia-Romagna (32,8%) che a quella nazionale (32,7%).

I settori più colpiti

L'edilizia, il facchinaggio, l'autotrasporto e i comparti produttivi che lavorano di notte guardano con crescente preoccupazione all'età media dei propri addetti. «Nei cantieri, alla guida di un Tir e in molte fabbriche l'invecchiamento delle maestranze non è più una tendenza, ma una realtà strutturale, aggravata da un fatto ormai evidente: i giovani non vogliono più fare questi mestieri», osserva la Cgia.

Una forza lavoro anziana è più esposta a infortuni e problemi di salute, con ricadute su assenteismo, premi assicurativi e spese indirette per le imprese. Molti settori ad alta intensità di lavoro continuano a operare grazie alla manodopera straniera. L'associazione mestrina si interroga: «Fino a quando potremo ancora fare affidamento su questa risorsa?»

La scelta dei giovani

Quando devono scegliere, i giovani preferiscono quasi sempre le grandi imprese alle piccole. La Cgia di Mestre spiega che non si tratta solo di una questione di salario, ma di aspettative di carriera, riduzione del rischio e qualità delle opportunità percepite.

Le grandi aziende offrono percorsi di carriera più strutturati, con ruoli definiti, sistemi di valutazione, formazione interna e possibilità di mobilità. Per un giovane questo significa poter investire nel proprio capitale umano con maggiore prevedibilità dei rendimenti.

Lavorare per un grande marchio ha anche un valore simbolico: arricchisce il curriculum, facilita futuri passaggi occupazionali e migliora la posizione contrattuale del lavoratore.

Dopo gli anni del Covid, i giovani attribuiscono sempre più importanza a welfare aziendale, flessibilità di orario, smart working, attenzione a diversità e sostenibilità. La Cgia conclude: «È plausibile che nei prossimi anni questa dinamica si rafforzi ulteriormente, complicando in misura crescente la capacità dei piccoli imprenditori di reclutare manodopera».

Nota: Questo articolo è stato creato con l'Intelligenza Artificiale (IA).

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